LA CHIANTIGIANA NATURA E ARTE NELL'OPERA UMANA
di Ferdinando Casprini
Se percorriamo a piedi, com'è tornato d'uso, la nostra «Chiantigana» dal «Bandino» dalla parte di Firenze a Fontebecci da quella di Siena e guardiamo, con occhi curiosi, quello che ci scorre ai lati lentamente passo dietro passo, avremo modo di considerare quanti sono gli elementi importanti che caratterizzano questo antico tracciato stradale e di quanta umanità sono impresse l'arte, la storia, il paesaggio della realtà Chiantigiana. Raramente quando parliamo degli elementi che costituiscono la nostra civiltà parliamo anche delle strade come se queste avessero un carattere secondario e non fossero invece l'elemento che definisce un ambiente, un paesaggio nell'estensione più ampia, il modo di vivere e 1'adattamento dei bisogni dell'uomo al proprio territorio. Giacché è in funzione delle strade che i vari insediamenti umani si distribuiscono nella natura, selvaggia all' origine, creando quel complesso di elementi che determinano il paesaggio. Fra l'altro il nostro percorso è caratterizzato morfologicamente da quasi tutte le specie di ondulazioni possibili, da foreste e da coltivazioni tradizionali a olive e, particolarmente, a viti dal cui prodotto è tratta la nostra fama nel mondo. Esso vi si adatta, dipanandosi tratto tratto con un suo aspetto dimesso fatto di opere stradali principalmente limitate a quei muretti a retta di terreno, i più a secco di pietra alberese e di piccoli ponti nel seguire le pendenze naturali scavalcando fossi, attraversando i letti nascosti e sassosi dell'Ema, della Greve, della Pesa, dell' Arbia proprio con tutta l'umiltà di questa nostra terra del Chianti. In questo procedere di cammino la serie delle colline che dal «Bandino» conducono alla «Presura», inizio del territorio chiantigiano, dove ancora il predominante azzurrocinerino delle ulivete si stempera con i primi vigneti, il paesaggio si arricchisce di ville, di raggruppamenti di casolari, di case coloniche, di chiesette, di pinete, con una dolcezza che rapidamente muta di tono. Oltrepassando e superando Strada e Spedaluzzo il panorama perde un poco di quella serenità per assumere un aspetto più solitario, di colli più ripidi, di boschi più folti, invadenti, continui. Dopo Panzano oltrepassando la Pesa al «Molin Novo» il paesaggio diviene selvaggio, i casolari radi come le terre coltivate. I boschi di querce dominano da vicino e lontano; la visione del paesaggio si riduce chiusa fra i monti di «Pietrafitta » e di «Ricavo» continuando fino a Pomoma intervallati dai centri di Castellina e di Fonterutoli con i loro radi casolari circostanti. Ma da qui ancora una volta 1'aspetto complessivo si rinnova in un paesaggio grandioso di colli degradanti con pendii e vigne e crete che di quinta in quinta raggiungono all' orizzonte le ultime propaggini dei monti del Chianti e dove a tratti appaiono, come in un miraggio, le torri e i campanili di Siena. Se però cerchiamo in questo procedere da Firenze a Siena, o viceversa, di rintracciare il mistero della sua esistenza che ha travagliato nel bene e nel male questa strada dobbiamo dir subito che essa si è venuta sviluppando a tratti ed in epoche successive a cominciare da quella romana verso Firenze realizzandosi infine come un grande tronco che raccoglie a sé le innumerevoli diramazioni irraggiantesi in Val d'EIsa e nel Valdarno e collegandosi ai vari centri urbani limitrofi più importanti. Ma significativo tuttavia, per una comprensione più aderente alla sua storia di miseria e di guerra ed alla sua realtà attuale, è considerare anche quei castelli fortificati, quelle rocche, quei piccoli paesi racchiusi tra valli e monti che sembrano distanti da essa ma che hanno tratto in buona parte da lei origine e alimento: Monteacuto, Mugnana, Sezzate, Cintoia, Fonzacchino-romana, Verrazzano, Uzzano, Vicchiomaggio, Panzano, Castellina, e Fonterutoli e Querciagrossa, per ricordare alcuni e che si trasformeranno progressivamente in centri abitati e residenze. Allora anche 1'antagonismo battagliero e indomito delle due città, così opposte negli interessi e nel carattere, diviene evidente e si ritrova quel ricordo di violenze, di assedi, di guerre, fissato definitivamente in quelle loro strutture scarne come si addice a questa terra. CosÌ pure la voce della fede e nel contempo di civiltà in movimento trasse alimento da questo percorso, pur nell'isolamento del territorio lontano da vie di comunicazione più importanti, per fruttificare nelle Badie Vallombrosane di Montescalari, di Coltibuono, di Passignano dove congiuntamente alle opere di carità si diffuse l'esempio benedettino della coltivazione delle terre e dell'incremento forestale e si applicò l'arte del costruire diffondendo un' architettura in carattere con i tempi. Più facile e diretta invece la storia di pace nel suo percorso dove ville e case coloniche e paesi alternati a giardini, a orti, a campi, a boschi ci dicono di antiche trasformazioni socio-economiche. Queste ebbero luogo in due periodi principalmente: le prime fra il 1200-1300, le successive fra il 1700 e 1800 allorché la rinascita agricola dell'intera Toscana favorì il rilancio della mezzadria e produsse un fervore edilizio senza precedenti che qui scorgiamo, se pure con caratteri tipologici e di gusto ben diversificati nel fiorentino e nel senese. Ed è proprio questa la fisionomia che ci è familiare e che per quotidiana confidenza distrattamente guardiamo ma che i forestieri ci invidiano. Complesso pregevole di questi periodi possiamo citare, solo a mo' di esempio, la sei-settecentesca villa dell' «Ugolino » del Silvani sul versante firoentino, che esprime, emblematicamente, nell' edificio e negli spazi esterni, il nuovo rapporto con il mondo, una compenetrazione fra vita esterna e interna, fra giardini e abitazioni, felicità di vivere che ben si contrappone a quella racchiusa in sè attorno agli antichi cortili silenziosi e tristi com' era avvenuto fino ad allora. Anche nel territorio chiantigiano vero e proprio si respira questa nuova aria di vitalità se pure in modo più contenuto dove maggiori sono i rifacimenti di antiche residenze e castelli piuttosto che edifici di impianto nuovo e dove l'accostamento delle ville vere e proprie ai locali di fattoria e a quelli colonici esprimono un affiatamento ed una convivenza fino ad allora impensabili. Ancora più nel senese l'ariosità di porticati e logge, anche in lunghe serie di arcate, a volte su due piani, esprime questa nuova libertà della vita se pure la povertà assistenziale di questa terra non concede mai esibizionismi di alcun genere.
Impossibile stasera percorrerla, questa «Chiantigiana», per intero per riguardarla con occhi più attenti; pure bastano pochi chilometri, magari quelli compresi nei confini della nostra frazione, per averne una indicazione esemplificativa. Il paesaggio, abusato nelle descrizioni di depliants turistici, dov'è ancora integro, ha la dolcezza la severità, la misura dei rapporti fra natura ed architettura, risultato di un modo essenziale di vita ormai scomparso e non di fatti speculativi o per week-end. Nella sua apparente semplicità è la forza nascosta di imporsi nell'animo: pochi cipressi, un poggio di olivi, un casolare. Questa Toscana scarta le scenografie; quello che esprime nel suo aspetto scarno e ricco di contenuti umani parla a chi non si ferma alla sueprfice delle cose. Anche nella «Chiantigiana» natura e rapporto umano sono inestricabili e non ha senso separarli. Parlare della villa della «Presura», di quella di «Giobbole » o di «S. Stefano» nel loro aspetto cinque-setteottocentesco vuoI dire fonderIe con i boschi, le olivete, le vigne che le fiancheggiano; guardare il castello di «Viocchiomaggio » erto sul colle solitario, significa sentirlo nella sua storia secolare di questa terra che non consente leziosità. Le case coloniche dalle mura scalcinate, le volumetrie chiuse, le piccole finestre lungo la strada ci dicono una realtà, ormai trascorsa, operossa senza orpelli e aggiunte superflue. Anche il nostro paese di Strada, seppure riordinato, restaurato, accresciuto all'intorno e quasi irriconoscibile, conserva la sua anima antica nella chiesa alto-medioevale di «San Cristofano», nel castello dei «Poli», nelle vecchie case e nelle corti a picco della via rimasta con quel suo tracciato serpicolante quasi fatto per le soste continue dei passanti. Questa rapida carrellata è stata un miscuglio di realtà e di ricordi. Ripercorrerla a piedi è stato piuttosto il desiderio di volerla rivedere con il paraocchi di chi ricerca le sole testimonianze di un passato che si allontana troppo rapidamente. Ma la realtà quotidiana è fatta anche di ben altre cose; quella futura che paventiamo sulla scorta di un triste andazzo, ormai sperimentato da tanti anni, ne fa prevedere altre forse anche più brutte. Il fenomeno di osmosi fra gli elementi di sollecitazione e di richiamo della città verso la campagna e di quelli inversi della campagna verso la città, sono tali che il limite stesso di questo equilibrio merita già particolare analisi e considerazione perché venga delimitato e non trascenda negli infelici fenomeni di metropolizzazione. Lo sviluppo edilizio degli ultimi anni con la formazione di zone industriali all'interno di colline e montuosità a vocazione economica agricolo-turistica con l'evidente scadimento ambientale, e la costruzione di complessi residenziali che in realtà hanno richiamato una popolazione cittadina nelle nostre colline creando in effetti luoghi di residenza notturna di dormitori, hanno incentivato e più incentiveranno in avvenire evidenti fenomeni di pendolarismo e di conseguenza un traffico meccanizzato sproporzionatissimo alle dimensioni e alle caratteristiche originarie della «Chiantigiana ». E ci procurano non minori perplessità quegli sporadici interventi dell' Anas che mirano a risolvere di volta in volta certe situazioni con soluzioni limitate e contingenti: un raddrizzamento di curva qua, un allargamento là così da stravolgere, in tempi brevi, il tracciato senza realizzare soluzioni definitive, piuttosto che progettare un tracciato ex novo per consentire agli interessati una alternativa a scorrimento veloce.

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